Attacchi di panico: sintomi e terapie

La parola panico deriva dalla mitologia greca: Pan era un dio che abitava i boschi dell’Arcadia, mezzo uomo e mezzo caprone. Dava la caccia alle ninfe dei boschi e divertiva a spaventare i viandanti lanciando urli terribili, che terrorizzavano chi li udiva. Proprio per questo nell’accezione moderna il panico è qualcosa capace di far provare un’intensa paura, mentre un attacco di panico è un evento capace di far provare angoscia e annientare le capacità razionali, sconvolgendo la mente di chi ne è vittima.

Sintomatologia

Spesso l’esordio è improvviso e passa pochissimo tempo dai primi sintomi precursori (sensazioni psicofisiche) all’attacco vero e proprio, quando la persona teme di morire o di impazzire. Le sensazioni sono particolarmente estreme: si ha spesso una sensazione di soffocamento e una costrizione toracica nella zona del pericardio, sudori freddi, iperventilazione, tachicardia, tremori, vertigine, apnea,dispnea ecc..( è possibile in realtà tutta la sintomatologia del disturbo d’ansia ).

A causa della forte paura il cuore accelera i battiti, da 90 a circa 150 al minuto(tachicardia), infatti il soggetto spesso teme un infarto e si reca al Pronto Soccorso. La diagnosi differenziale è comunque abbastanza facile in una struttura che abbia la possibilità di fare un ECG (elettrocardiogramma). Se il soggetto viene sottoposto a questo esame le evidenze risulteranno negative; si potranno riscontrare una frequenza cardiaca con un ritmo sinusale alterato e valori pressori del sangue temporaneamente più alti, ma il cuore risulterà sano e la remissione dei sintomi sarà abbastanza rapida.

La caratteristica essenziale di un attacco di panico è la presenza di una paura intensa in assenza di un reale pericolo e la presenza di sintomi come tremore, intensa sudorazione, palpitazioni, paura di impazzire, di perdere il controllo e di morire.

L’attacco si presenta in modo improvviso e la sua intensità cresce rapidamente (10 minuti o meno), nella maggior parte dei casi chi soffre di attacchi di panico soffre anche di agorafobia, ovvero della paura di essere intrappolati in un luogo o in una situazione nei quali la fuga può essere difficile; di conseguenza l’individuo evita una serie di situazioni come uscire di casa da soli, stare in casa da soli, essere tra la folla, viaggiare in automobile o in aeroplano oppure salire in ascensore.

L’evitamento di queste situazioni può compromettere la capacità della persona di recarsi al lavoro o di svolgere attività della propria vita quotidiana.

Diffusione

Se anche questo disturbo è sempre esistito, negli ultimi anni è però diventato sempre più invasivo e, soprattutto, è cresciuto molto nella popolazione più giovane (16-25 anni). Una ricerca statunitense di qualche anno fa affermava che più del 30% di coloro che si rivolgono a uno studio medico, presso il medico di famiglia o il poliambulatorio, soffrono di disturbi d’ansia. L’attacco di panico e il disturbo da attacco di panico (DAP), consiste nel raggiungimento del massimo picco d’ansia che un individuo possa provare e nel caso del DAP questi sono ripetuti nel tempo.

Nella mia pratica psicoterapica degli ultimi anni,questi sono diventati molto più comuni rispetto ad esempio a solo venti anni fa.

L’incidenza del singolo attacco di panico sulla popolazione è relativamente bassa, dall’1,5% al 3%, ma potrebbe capitare, in teoria, a chiunque una volta nella vita, in risposta a una situazione ansiogena o allo stress, anche se secondo alcuni autori ci sarebbero dei fattori predisponenti. Secondi alcuni studi, l’incidenza del disturbo fra gli studenti di college americani oscillano fra il 6% e il 51%, e fra gli studenti italiani si aggirano attorno al 32% (Sanavio Sica e Sanavio Cornoldi del 2001).

Sembra che le donne siano più colpite degli uomini: la percentuale è doppia nel caso di DAP senza agorafobia e tripla nel caso di DAP con agorafobia. Per agorafobia si intende, dai termini greci agorà (piazza, luogo aperto per estensione) e phobos (paura) un disturbo che si manifesta in luoghi aperti. In queste circostanze il soggetto, spesso ossessivo, sente di non essere in grado di controllare la situazione, probabilmente perché in un luogo aperto si sente più esposto, senza “protezione”. Anche se questo è il disturbo più frequente, qualcuno può soffrire anche di claustrofobie (paura dei luoghi chiusi), e sviluppare un DAP anche in ascensore o in luoghi in cui è difficile raggiungere l’uscita. Il disturbo è inoltre più frequente se almeno un consanguineo ne ha già ha sofferto (familiarità).

Terapie

Pur essendo un disturbo molto pesante da gestire e sopportare, il quadro clinico del DAP può e deve essere risolto con le terapie adeguate, che consentiranno alla persona di ritornare a uno stato di funzionalità adeguata.

Ci sono diverse scuole di pensiero e approcci molto diversi al problema. All’inizio è frequente l’uso di psicofarmaci, in particolare di ansiolitici; uno dei più impiegati è lo Xanax, ma anche Valium, Tavor, En ed altri sono impiegati per il loro effetto antiansia e angoscia e di miorilassamento. L’assunzione va valutata con attenzione e deve sempre partire da dosi medio-basse; la terapia deve inoltre prevedere in partenza una fine del trattamento farmacologico, per evitare dipendenza.

Secondo la mia esperienza clinica, ormai più che ventennale, sono da preferirsi le strategie cognitivo-comportamentali. In questo modo si consente al soggetto di apprendere in breve tempo a ridurre il numero e l’intensità degli episodi, poi a liberarsene o diminuire drasticamente la loro intensità, per riuscire a gestirli più facilmente. La mia specializzazione in psicoterapie brevi ed in psicoterapia autogena, mi ha insegnato come il Training Autogeno (T.A.)di Schultz sia la tecnica elettiva per affrontare con successo questo tipo di patologia. Pertanto grazie all’apprendimento del T.A. il paziente in breve tempo ristruttura prima a livello cognitivo e poi comportamentale il suo rapporto con la paura di essere vittima di DAP. In alcuni casi si può anche proporre, come tecnica di “pronto soccorso” qualche seduta di ipnosi terapia che in tempi brevissimi, se il soggetto risponde positivamente, può riconfigurare il quadro clinico e rinforzare le difese dell’io, riducendo l’angoscia. Questa tecnica, messa a punto nel corso degli anni, (vedi ipnosi per rinforzo dell’io) consente inoltre di alleviare o risolvere problemi di dipendenza, fragilità e autostima.

Questo tipo di approccio viene impiegato anche in un percorso terapeutico autonomo, indipendentemente dal DAP.

Si consiglia inoltre di diffidare da soluzioni miracolistiche: in meno di dieci sedute è difficile risolvere il problema, in quanto il cambiamento di alcuni parametri della personalità o comportamentali, necessita di tempo per produrre risultati. L’unica tecnica breve ed efficace è talvolta l’ipnosi classica, ma in questo caso c’è bisogno di un soggetto che reagisca bene all’ipnosi e di una buona alleanza terapeutica e questi parametri non sono sempre raggiungibili da tutti.

Centro Interattivo di Psicologia

Il centro è specializzato proprio nel trattamento di disturbi d’ansia, attacchi di panico, disturbi da attacchi di panico con o senza agorafobia.

La scuola di specializzazione quadriennale CISSPAT prevede in questi casi l’utilizzo di psicoterapie brevi, in particolare: Training Autogeno di Schultz e Training Autogeno Superiore, Oniroterapia e Ipnositerapia. L’uso della Psicoterapia Autogena, con l’insegnamento del Training Autogeno di base e colloqui orientati al focus del disturbo d’ansia, permettono un iter terapeutico in grado di affrontare con un percorso strategico, prima di apprendimento poi cognitivo-comportamentista, per risolvere i problemi inerenti la personalità ansiogena e i condizionamenti che ne derivano. Lo scopo è di ridurre in maniera considerevole la patologia, per poi arrivare alla sua risoluzione.

L’esperienza con queste dinamiche consente al terapeuta di trattare, con buone probabilità di successo, tutte le patologie legate a questo tipo di personalità. È possibile consultare sul sito tutti gli articoli su questo argomento.

Attacchi di panico: un ipotesi psicodinamica

Nel DSM-IV si parla di Disturbo da attacchi di panico e leggendo quanto riferito dal testo si capisce che questo disturbo non è altro che l’acme ovvero la massima intensità del disturbo da ansia generalizzata. In realtà si ha una intensa sensazione di paura o paure che insorge improvvisamente non necessariamente causata dall’esposizione ad una situazione che per il soggetto è abitualmente ansiogena, anche se talvolta accade (ma in questo caso si tratta di fobia e cessata la situazione fobica recedono immediatamente anche i sintomi), più spesso ad esordio improvviso e nel giro di pochi minuti si intensificano alcuni sintomi tipici di un attacco d’ansia (difficoltà a respirare, tremori, sudorazione, tachicardia….) che portano il soggetto a credere di stare per morire o di impazzire. Esistono poi altre indicazioni più tecniche legate alla diagnostica (si devono escludere possibili cause organiche, uso di sostanze psicoattive, fobia semplice e fobia sociale…) ma tralascerò di proposito di approfondire ulteriormente l’aspetto tecnico limitandomi a dire che l’età di insorgenza è indicata entro la fine della terza decade e che spesso è presente un consistente disturbo depressivo, per dedicarmi di più a delineare l’aspetto emotivo e le complicanze sociali,lavorative e relazionali. Si può senz’altro affermare che le sensazioni (cioè i sintomi) che si sperimentano durante un attacco di panico, almeno per la loro intensità, sono fra le più dolorose che una persona possa sperimentare sul piano personale e psicologico.

Da cosa deriva un attacco di panico? La vera risposta sarebbe : non lo sappiamo! Pur tuttavia mentre nei manuali psichiatrici e nel DSM-IV si parla di fattori predisponenti (disturbo da ansia di separazione nell’infanzia, perdita di supporti sociali, o la rottura di importanti relazioni interpersonali) preferirei cercare di dare una risposta forse meno precisa ma più psicodinamica e cioè più correlata all’animo dell’uomo. Per fare questo ricorrerò alle due teorizzazioni di Freud sulla risposta d’angoscia , non tanto perché queste rispondono perfettamente alla domanda che ci siamo fatti ma in quanto possono farci capire meglio, almeno credo rispetto ai tecnicismi, su quale tipo di personalità è più facile trovare una risposta del genere. Nella sua prima teoria sulla risposta d’ansia o d’angoscia Freud ci parla, riferendosi ai sintomi correlati, di una personalità con un super-io rigido o eccessivamente scrupoloso che quindi ha ricevuto una educazione piuttosto repressiva (si badi bene questo anche se il soggetto attualmente avesse delle condotte piuttosto “libere”), le emozioni però a suo tempo represse dal soggetto e che perciò non sono state sperimentate per così dire “naturalmente” si prendono la loro rivincita scaricandosi (vedi sintomi) per le vie afferenti al sistema nervoso centrale (scariche nervose attraverso il sistema simpatico e parasimpatico). Tutto questo costituirebbe un modo surrogato di provare “emozioni” che la mia educazione mi ha impedito di “vivere”. Da qui ne deriva che praticamente anche la maggior parte delle psicosomatosi avrebbe questo tipo di origine. Dopo le formulazioni che troviamo in Inibizione, sintomo e angoscia in una sua successiva teoria 1926ca. (che in pratica in chiave divulgativa si potrebbe chiamare “teoria dello stress”) Freud asserisce che quando gli stimoli esterni/interni si sommano dando luogo ad una sorta di ingorgo che il nostro corpo (vedi il Sé) non è più in grado di padroneggiare, si ha la risposta d’allarme o angoscia-segnale. Personalmente pur ritenendo assolutamente fondata la “teoria dello stress”, come l’ho chiamata per semplicità, sono dell’idea che la prima sia altrettanto valida per spiegare i tipi di personalità più soggetti all’ansia, alle psicosomatizzazioni (esclusa la nevrosi isterica) ed anche ai disturbi da attacchi di panico, patologia assai diffusa e che nella mia percezione clinica è andata aumentando considerevolmente negli ultimi anni, comportando nei soggetti colpiti, gravi compromissioni nella vita lavorativa e sociale. Difficoltà a recarsi al lavoro, mantenere relazioni sociali, affettività coartata, gravi handicap in alcuni tipi di attività (ad es luoghi chiusi o ristretti) e cosi via.

Pur senza negare in toto la validità di un approccio psicanalitico (che però in genere prevede tempi molto lunghi) mi sento di consigliare ai miei pazienti anche un approccio di psicoterapia autogena e cioè di quelle discipline cognitivo-comportamentiste come l’apprendimento del Training Autogeno per vedere di ridurre prima e poi di controllare tali attacchi, operando con la tecnica del doppio binario di Kretchmer (una seduta di psicoterapia e una di insegnamento col Trainig Autogeno di Schultz). Devo dire che nella mia pratica psicoterapeutica, adoperando già da molti anni i metodi del Training Autogeno di base e Superiore , ho riscontrato dei risultati molto lusinghieri e direi proprio selettivamente con questi tipi di disturbi, il tutto non disgiunto da una buona alleanza terapeutica (transfert) senza il quale anche la migliore terapia è purtroppo destinata a fallire o a non concludersi. Questo perché un tale tipo di paziente (come del resto spesso accade con il paziente psicosomatico) non è in grado di tollerare l’attesa, rispetto al bisogno del sollievo immediato dai suoi sintomi e cerca pertanto o la soluzione nel farmaco (magari di ultima generazione) o ricorrendo anche a percorsi “magici” o esoterici.

Ho letto in rete delle spiegazioni anche molto dettagliate su tale tipo di disturbo (ad es. con o senza attacco di agorafobia), l’agorafobia deriva da agorà (piazza in greco) e phobos (paura) e cioè paura degli spazi aperti, ma in chiave più estensiva in luoghi e situazione dai quali è più difficile allontanarsi senza provare imbarazzo: in coda, su un ponte, in mezzo alla folla, in auto, in treno… senza poter contare su nessuno, in genere alcuni soggetti arrivano a farsi fisicamente accompagnare da una persona amica o un conoscente, anche per incombenze quotidiane, sino a giungere, nei casi più gravi, a non uscire più di casa. Perciò rimando per una trattazione più estensiva dell’argomento sia alla consultazione del DSMIV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ed. Masson a cura della American Psychiatric Assoociation) sia ai vari contributi di colleghi sull’argomento, pur tuttavia mi preme aggiungere alcune considerazioni pratiche, proprio per aiutare meglio chi ne soffre ad avere un piccolo vademecum di comportamento immediato.

Cosa fare se si è colpiti da un attacco di panico improvviso

  1. Sappiate innanzitutto che anche se le sensazioni sono bruttissime mai nessun soggetto relativamente sano e giovane è mai morto per un attacco di panico: in altre parole non state morendo!

  2. L’esordio è immediato ma rendendovene conto sappiate che l’attacco dura in genere pochi minuti e come è venuto rapidamente altrettanto rapidamente se ne andrà.

  3. Cercate,per quanto possibile sia chiaro,di non perdere il controllo se avete la possibilità sedetevi e respirate lentamente e regolarmente.

  4. Se la vostra mente è inondata da pensieri catastrofici, cercate di utilizzare qualsiasi mezzo per non amplificarli ma anzi distraetevi ad esempio contando ininterrottamente o adoperando un idea rifugio più consona a voi o nella quale credete.

  5. Se ne avete la possibilità prendete pure qualche goccia o una pastiglia di ansiolitico (benzodiazepine quali: EN, Xanax, Lexotan, Valium…) ma salvo gli ansiolitici nientaltro al massimo un bicchiere di acqua.

  6. Non abbiate timore a chiedere aiuto, all’occorrenza una parola amica vale più dello stesso ansiolitico!

  7. Se la situazione si facesse ingovernabile non fatevi scrupolo ed andate al Pronto Soccorso più vicino dichiarando subito tutti i vostri sintomi.

  8. Infine dopo che l’acme dell’attacco è passato rivolgetevi ad uno psicoterapeuta che adotti delle strategie cognitivo-comportamentiste (Trainig autogeno, Desensibilizzazione sistematica, ipnosi… ma in ogni caso una terapia mirata a ricondizionarvi su questo aspetto e non a mettere in discussione tutta la vostra vita se il vs. problema n.1 è questo)

  9. Contrariamente a quanto leggevo, anche se anch’io credo alla terapia di parola e non ai farmaci per uscire da questo incubo, non fatevi scrupolo i primi tempi di girare con un ansiolitico in tasca o in auto, non vi risolverà il problema ma vi rassicurerà per il momento, in attesa di uscirne.

L’ultima cosa che aggiungo è che anche se non è facile, dall’attacco di panico si guarisce o quantomeno si riesce a gestirlo in maniera accettabile, ed allora come minimo gli attacchi diventano sempre più rari e sempre meno disturbanti e il vostro incubo si trasforma in una piccola nuvoletta, che si fa viva al massimo assai raramente.

Dott. Vinicio Berti
Psicologo Psicoterapeuta, Specializzato in Psicoterapie Brevi e Autogene (C.I.S.S.P.A.T.), didatta I.C.S.A.T. (Comitato Italiano Studi di Training Autogeno) dirige la sede di Bologna – Emilia Romagna.

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